Ufficiali d’anagrafe e stato civile: le professionalità negate

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Lunedì 20 Dicembre 2010 21:58
Non sappiamo che fine abbia fatto il tavolo tecnico che l’ANCI avrebbe dovuto costituire – su nostra sollecitazione - con la Funzione Pubblica e il Ministero dell’Interno –
Antigene sarebbe stata ben lieta di apportare il suo contributo - per esaminare la complessa situazione relativa alla gestione delle deleghe conferite agli ufficiali d’anagrafe e di stato civile nei comuni italiani e al connesso  riconoscimento delle specifiche professionalità e del conseguente  inquadramento nella categoria D (http://www.antigene.org/la-strategia-dello-struzzo.htm).


La questione, complici  anche il silenzio e l’indifferenza dei sindacati e delle associazioni rappresentative della “categoria” (anche se sarebbe più corretto dire “categorie”, vista la variegata situazione degli inquadramenti che connota il settore), si è nuovamente inabissata in profondità insondabili e sorge il dubbio che in quelle profondità voglia essere mantenuta a riposare in saecula saeculorum, tanto la barca continua a navigare e i vogatori a remare “usi a ubbidir tacendo”, soprattutto in un momento di grandi incertezze congiunturali (o sarebbe ormai meglio dire strutturali?).
Nel frattempo Antigene, dopo aver notificato diffide ad adempiere a diversi comuni italiani, ha promosso tentativi di conciliazione tesi ad ottenere per lo meno il riconoscimento delle differenze retributive per quei lavoratori che, pur essendo inquadrati nelle categorie B e C, continuano diligentemente a svolgere mansioni molto qualificate e senza dubbio afferenti alla categoria D.


Com’era facile prevedere, nessuno dei tentativi di conciliazione è andato a buon fine. Non ci facevamo soverchie illusioni, ma speravamo che si potesse almeno discutere in contraddittorio con i datori di lavoro del merito delle questioni poste da tanti lavoratori. Al contrario, nessuno dei comuni tirati in ballo ha ritenuto di nominare un proprio rappresentante  affinchè potesse formarsi il collegio conciliativo dinanzi alla DPL competente.
Per inciso va detto che della scarsa efficacia o meglio del fallimento organizzato dello strumento conciliativo nelle controversie di lavoro sembra essersi reso conto anche il legislatore. L’art. 31 del collegato lavoro (L. 183/2010) ha infatti definitivamente archiviato l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione nelle controversie individuali di lavoro, per altro in stridente controtendenza con quanto previsto in ambito civile, nel quale invece è stata introdotta per la prima volta (a partire da marzo 2011) l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione.
In compenso, il collegato lavoro ha previsto (art 31, comma 10), a certe condizioni, la possibilità che i contratti individuali contengano in futuro clausole compromissorie che prevedano la devoluzione delle controversie individuali di lavoro (ad eccezione di quelle relative alla prosecuzione del rapporto di lavoro) a collegi di conciliazione e arbitrato irrituale. Sull’evoluzione di tale istituto e delle procedure connesse sarà onere di tutti i lavoratori vigilare attentamente affinché la tutela dei diritti del lavoro non migri forzatamente verso sedi che, contraddistinte come sono dalla tanto decantata “neutralità” degli arbitri o conciliatori, non assicurano il necessario riequilibrio delle posizioni tra parti forti e parti deboli e non garantiscono la pienezza dei diritti dei lavoratori.
Per tornare agli esiti delle conciliazioni avviate,  va detto che le amministrazioni interpellate, quando hanno risposto, si sono limitate a ribadire e a sviluppare gli argomenti che già erano stati anticipati nelle repliche alle diffide e di cui è stata data notizia sul nostro sito. Dunque, niente di nuovo. Se non fosse che da talune delle risposte date emergono aspetti inquietanti rivelatori ancora una volta del caos che regna in materia di conferimento di deleghe nel settore anagrafe e stato civile, che rappresenta il tradizionale “core buisiness” dei comuni italiani.
Con argomenti e sfumature diverse, i comuni sembrano concordi nel negare che le mansioni e le funzioni esercitate dagli ufficiali d’anagrafe e di stato civile titolari di deleghe possano afferire in via generale ed astratta alla categoria D. Si deve distinguere fior da fiore esaminando caso per caso nel concreto. Infatti, a loro dire, gli gnommeri (come direbbe Gadda) più intricati relativi ai procedimenti d’anagrafe e di stato civile sarebbero sbrogliati da non meglio identificati soggetti, più qualificati e diversi dai titolari delle deleghe sindacali. Chi sono questi soggetti? In teoria potrebbero essere molti: dai dirigenti alle posizioni organizzative ai responsabili degli uffici inquadrati nella categoria D. Le risposte glissano però su un aspetto fondamentale della questione, che era stato posto al centro delle diffide e dei successivi tentativi: chi si assume la responsabilità amministrativa, civile e penale dell’atto finale del procedimento?
Questa è la questione centrale del problema. Per quanto ipotetici  sapientoni possano indirizzare, corroborare, approfondire e infine illuminare d’immenso i procedimenti (e sempre che ciò sia vero e dimostrabile), alla fine della fiera sono i poveri ufficiali titolari di deleghe a mettere la firma sugli atti finali assumendosi in proprio la responsabilità della decisione della registrazione. Le “dritte” che loro generosamente verrebbero elargite dai superiori in grado non risultano nell’atto finale, del quale si assumono immediata, piena ed esclusiva responsabilità i delegati del Sindaco.
E’ infatti questa – come Antigene va ormai dicendo da quando è nata - la sostanza normativa del funzionamento delle anagrafi e dei registri di stato civile: l’unico detentore della delega è il Sindaco (art. 54 TUEL) e questi la conferisce in modo diretto e senza alcuna mediazione di chierici dal pennacchietto variopinto agli ufficiali d’anagrafe e di stato civile che la esercitano con pienezza e autonomia nel rispetto delle leggi e dei regolamenti. Il settore anagrafico e di stato civile è in sostanza come una confessione riformata che non tollera intromissioni d’intermediari di sorta tra la fede rivelata (la legge) e i fedeli  tenuti a rispettare e ad applicare i precetti derivanti direttamente dalle sacre scritture (gli ufficiali d’anagrafe).
Detto questo, sarebbe opportuno approfondire le ragioni per le quali altri soggetti (dirigenti, posizioni organizzative, funzionari di categoria D responsabili d’ufficio), non titolari di delega sindacale né legittimati da altre norme di settore a metter becco nei procedimenti d’anagrafe e di stato civile, vengano fatti figurare invece come se fossero loro i cardini del funzionamento del settore nonché portatori delle responsabilità ultime nei confronti degli amministrati. Noi una risposta ce la siamo data: vengono tutti retribuiti per questo. Ciò che stride con principi di elementare giustizia però è che mentre gli ufficiali d’anagrafe percepiscono le magre retribuzioni che competono alle categorie B e C, integrate in alcuni casi da una ridicola indennità di euri 300 annui, lor signori (e ci riferiamo soprattutto alla dirigenza) intascano fior di quattrini per essere indebitamente “preposti” all’esercizio di funzioni già presidiate dall’inizio alla fine del procedimento dagli unici soggetti che le leggi di settore riconoscono come legittimi destinatari delle deleghe sindacali. Quanto affermato nelle risposte ai tentativi di conciliazione prefigura quindi un possibile danno erariale, perché parte degli emolumenti percepiti per l’esercizio di talune funzioni afferenti ai procedimenti d’anagrafe e di stato civile e per il raggiungimento di taluni obiettivi sfugge completamente dal raggio d’azione delle legittime competenze previste dall’ordinamento.
Le risposte date ai tentativi di conciliazione, pur emanando da illustri dirigenti, appaiono assai poco convincenti e tutt’altro che risolutive e anzi ci confermano nella volontà di portare all’attenzione della magistratura del lavoro il problema del pieno riconoscimento, almeno sul piano retributivo, della professionalità degli ufficiali d’anagrafe e di stato civile e a quella contabile la valutazione di eventuali danni erariali.
Per noi resta sempre valido il metodo di Martin Lutero, il quale diceva: “Mi si convinca con gli scritti e col piano ragionamento. Con l’autorità del papa e del concilio no, perché non le riconosco”.
Ricordiamo ancora una volta a beneficio di quanti ci leggono che “la funzione di registrazione degli eventi più importanti della vita delle persone, svolta per conto dello Stato dagli Uffici demografici – richiede una professionalità di elevato spessore, atteso che è in grado di incidere direttamente sul riconoscimento di status personali e sui diritti fondamentali dell’individuo tutelati da norme costituzionali” (Circolare n. 15/2009 della Direzione Centrale per i Servizi Demografici). I lavoratori che da anni onorano con professionalità e dedizione questa funzione, che hanno frequentato corsi di formazione e che ogni giorno sono chiamati a confrontarsi con una normativa, nazionale e sovranazionale,  complessa e in continua evoluzione vengono invece sistematicamente frustrati nella loro legittima aspirazione di vedersi riconosciuto un adeguato inquadramento professionale e una retribuzione che in parte almeno li ripaghi delle responsabilità che, nell’ignoranza e nell’indifferenza generali, sono chiamati ad assumersi ogni giorno.
Sappiamo che in un sistema pubblico che sembra aver perso la bussola e in cui a vincere sono sempre i soliti noti quello che Antigene propone è un cammino irto di ostacoli, ancor più dopo che la c.d. riforma Brunetta ha messo la pietra tombale sulle più che legittime aspirazioni di carriera di tanti bravi e onesti lavoratori senza laurea che da anni si fanno carico di portare avanti le rispettive “baracche” con professionalità, passione e senso di responsabilità. Riteniamo che arrivati a questo punto non si debba mollare l’osso, ma con convinzione e consapevolezza delle proprie ragioni andare avanti nella battaglia legale fino ad avere un pronunciamento che faccia finalmente giustizia di una situazione divenuta ormai insostenibile e che rappresenta la pietra angolare delle professionalità calpestate nella pubblica amministrazione nel disinteresse e, anzi, con il plauso di cittadini spesso poco inclini ad approfondire le questioni che gli vengono gettate in pasto dalla stampa.
Invitiamo tutti gli ufficiali d’anagrafe e di stato civile che hanno avviato i tentativi di conciliazione a contattarci per organizzare con i nostri legali le azioni tese ad ottenere il riconoscimento delle differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori.
Invitiamo ad unirsi a questa azione anche tutti coloro che non hanno partecipato al tentativo di conciliazione, visto il venir meno della sua obbligatorietà e la possibilità di adire immediatamente l’autorità giudiziaria.